su tutti quelli che si azzuffano, disperando nell’amore,
adesso
l’inverosimile diventa realtà
è la grande eresia socialista!
(V. Majakovskij, Rivoluzione. Cronaca poetica, 1917 )
Care compagne e cari compagni,
il sentimento più diffuso nel nostro partito ci pare possa essere così sintetizzato: smarrimento, confusione, perdita di senso della politica.
UN BILANCIO: DA PRODI ALLE REGIONALI
Il risultato elettorale ci consegna l’ennesima sconfitta della sinistra tutta. E’ necessario chiamare le cose con il proprio nome. Una sconfitta tanto più pesante perché, come sosteniamo da tempo, viene da lontano, ed è sempre più chiaro che per uscirne non basta accontentarsi di vivacchiare dentro un dibattito tutto centrato su “contenitori” di strutturali debolezze che puntualmente vengono sonoramente “bocciati” dai cittadini e da compagne e compagni sempre più stanchi e sfiduciati.
Dalle urne esce un paese modificato nell’”antropologia” sotto i colpi della crisi sociale, politica ed economica, totalmente alterato e devastato sotto il profilo culturale, nell’immaginario, nel simbolico. Vincono le destre. Si affermano solitudini. Emerge un paese che a Nord si sente rassicurato dalla Lega che fa leva sull’individuazione dell’”altro” come nemico e del territorio come fortino in cui rinchiudere paure, solitudini e frustrazioni, ma anche come luogo in cui le resistenze corporative e i populismi identitari si intrecciano con le dinamiche di un capitalismo aggressivo ed escludente. Al Sud, invece, si arrende alle mafie, le quali con il loro controllo violento e capillare del territorio, incontrano pochi argini, riuscendo spesso a condizionare direttamente la formazione della rappresentanza istituzionale e, assieme al voto di scambio, al quale non è estraneo talvolta neppure il nostro partito, contribuiscono alla corruzione del rapporto tra i ceti popolari, la politica, le istituzioni. Il tutto saldato e garantito da un berlusconismo da “basso impero”.
Il centrosinistra, così come lo abbiamo conosciuto, matura la sua crisi, tra le pesanti incertezze del PD e gli opportunismi di Di Pietro. I primi sintomi si erano già resi evidenti con la sconfitta di Soru in Sardegna: la risposta politicista e moderata, dall’autosufficienza di Veltroni all’allargamento all’UDC, non offre né sponde né salvezze. Ciò vale a maggior ragione nel sud dove tale politica giunge al sostegno di esperienze di governo impresentabili, con formazioni, come l’UDC, che oltre al loro profilo politico e culturale, si caratterizzano per essere parte integrante di un sistema politico infiltrato da poteri criminali.
La sinistra continua a perdere consensi e anche in questo caso la somma di tutti i partiti del suo arcipelago, insieme a novità che di sinistra non sono, ma che si presentano anche come il frutto di quella crisi (ci riferiamo a IdV e al movimento Cinque stelle), non dà conto della continua emorragia di voti e di consensi che ad ogni elezione misuriamo, quasi fossimo ragionieri a cui non tornano i conti.
Si intravede il vento Vendola, uno scirocco caldo che spira dentro un berlusconismo rispetto a cui rischia di essere l’altra faccia dello stesso americanismo che avanza. Ma è suggestivo perché scompiglia, fa saltare tavoli, allude ad alternative possibili. Non ha una ricaduta immediata in termini di risultati elettorali per SEL al di fuori della regione Puglia; sarebbe tuttavia un errore strategico sottovalutare e non comprendere il laboratorio pugliese.
Ricompaiono di fronte a noi i nodi di questi lunghissimi anni: o li sciogliamo in un cammino vero e pieno di domande, delle domande giuste, o saremo condannati ad una residualità di pura testimonianza quando non di consunzione.
Alcuni e alcune di noi individuavano nel percorso della Sinistra Europea lo ‘sbocco politico’ di quell’internità ai movimenti e del rinnovamento della forma partito che non voleva più essere monosessuata; altri e altre videro in quelle ‘aperture’ dei varchi verso percorsi destrutturanti.
Andammo al governo, ma il difficile travaglio governativo non solo aprì contraddizioni e rotture al nostro interno, ma andò anche creando diffidenze e difficoltà con i movimenti che avevano investito su di noi. “Da Genova ai Palazzi” si disse allora, soprattutto per alcune questioni di forte impatto anche simbolico, non digeribili e non digerite: il voto alla “missione” in Afghanistan, le “aperture” sulle riforme istituzionali, l’esenzione dell’ICI per la Chiesa cattolica, il decreto sicurezza, il pacchetto del welfare, il paludamento istituzionale assunto via via dal compagno Presidente della Camera dei deputati e dalla nostra rappresentanza parlamentare. Il 2008 ha segnato il nostro dramma: la rottura con chi dissentiva sulla guerra, la Sinistra Europea sacrificata d’imperio e dall’alto senza discussione, la perversa illusione dell’Arcobaleno, il flop elettorale.
Nessuno è senza colpe e non tutti le hanno allo stesso modo. Alcuni e alcune di noi avvertono pienamente il peso delle responsabilità e, anche partendo da un’autocritica severa, sono giunti a rompere relazioni e progetti con compagne/i con cui avevano condiviso analisi e molto cammino.
D’altronde, già prima delle elezioni del 2008, in maniera strisciante, quella che era un’alleanza elettorale cominciava a presentarsi come nucleo di un partito che si andava rivelando come una sinistra liquida, leaderista e moderata, che si arrende all’avanzare dell’americanismo e rinuncia al progetto della rifondazione comunista. Le cose andarono come andarono: le elezioni, e soprattutto le sensazioni dei militanti e delle militanti, rivelarono che il progetto era un castello di carta. E, tuttavia, “non si poteva tornare indietro” e si propose la Costituente della Sinistra.
La vedemmo come una liquidazione del partito e ci opponemmo. Pensammo che quella Costituente fosse l’inizio di un percorso moderato, subalterno al Partito Democratico e alla sinistra di governo. Certo, ci rendevamo conto dei rischi di autoreferenzialità che la “salvezza” del partito comportava, ma decidemmo di avventurarci. Il documento che vinse a Chianciano era un’onesta mediazione: segnava l’autonomia politica dal PD e dal centrosinistra con una forte critica all’esperienza di governo, non solo perché i rapporti di forza non erano a noi favorevoli, ma perché non abbiamo tenuto relazioni trasparenti e connessioni con i luoghi di lavoro e con i movimenti, oltre che per la torsione istituzionalistica che era prevalsa anche nelle nostre pratiche.
La sfida ridiventava per noi la rifondazione comunista, la ricostruzione della soggettività politica.
I NOSTRI LIMITI
Ora Chianciano non c’è più. Non solo e non tanto perché abbiamo fatto accordi variegati per le regionali, a volte tecnici, a volte no, ma perché non riusciamo a parlare alla sinistra e alla società.
Chianciano, come tentativo di ricostruire il collettivo politico della rifondazione, si è esaurito con il prevalere di quella che Gramsci chiama la piccola politica ( il quotidiano, le lotte fra gruppi ) che ha sovrastato la grande politica, quella del discorso pubblico egemonico senza il quale la nostra funzione muore, senza il quale non è pensabile l’autonomia. Autonomia e indipendenza significano soprattutto scegliere la priorità del radicamento sociale e di conseguenza ricostruire linearità/coerenza tra i contenuti della nostra iniziativa nella società e le scelte politico-istituzionali. L’annosa questione delle alleanze elettorali deve essere risolta non in modo pregiudiziale, ma sulla base di un’analisi rigorosa dei programmi e dei rapporti sociali, rompendo con logiche opportunistiche e di ceto politico.
Nel nostro dibattito erroneamente si è confusa talvolta l’autonomia con gli accordi da fare o no con il PD, da cui sono emersi bizzarri o opportunistici particolarismi, fino al sostegno subalterno a Loiero in Calabria. Ma leggere il risultato disastroso della Campania e della Lombardia come la necessità di chiudere sempre e comunque accordi con il PD sarebbe riduttivo, fuorviante e colmo di altri errori. Manca un nostro discorso pubblico, manca la relazione con la parte radicale del movimento, mancano la percezione della nostra utilità, il senso della nostra politica, l’efficacia del pensare un altro mondo possibile. Non abbiamo mantenuto quell’impegno che era, a nostro avviso, il nucleo del progetto, la precondizione (e la finalità) della “messa in sicurezza” (come allora si disse) della nostra comunità politica, il senso stesso del dirsi (e volersi dire) comunista, ossia la rifondazione teorica e la pratica sociale, che vanno insieme, pena la caduta nell’ideologismo o nell’empirismo del giorno per giorno.
Sappiamo che in molte realtà, sia a nord che a sud, i compagni e le compagne hanno costruito, nella pratica del “partito sociale”, dei punti veri di critica del mercato, dei processi di privatizzazione e dei consumi diffusi nelle società capitaliste, mettendosi in relazione con soggetti in carne ed ossa, precari e precarie, lavoratori e lavoratrici sfruttati, giovani e meno giovani con scarso reddito. Tuttavia, le esperienze del partito sociale hanno bisogno di essere sostanziate, non solo da pratiche partecipate, ma anche da iniziative di attivazione del conflitto sociale, da scelte radicali e, soprattutto, da un progetto di alternativa di società. Il “sociale” è la forma dell’agire politico del partito: c’è qualcuno che possa sostenere, ad esempio, che la cultura e la ricerca teorica non debbano essere ‘pratica sociale’?
La riforma del partito è fallita: mancano la volontà di avviarla, la consapevolezza della sua necessità, quindi la sua pensabilità. Risulta molto limitato l’impegno a sostenere il partito, a partire dai circoli, a promuovere l’iniziativa sociale, ad estendere le adesioni, a curare i percorsi di formazione e autoformazione delle compagne e dei compagni, a introdurre elementi innovativi e trasformativi, ad aprire, ad esempio, case dei diritti, case delle culture.
Il partito è sempre più maschile, la sua sessuazione viene ritenuta insignificante e persino derisa. La nostra forma partito, non diversa da quella degli altri, continua a essere pensata per una politica maschile, di riconoscimento sociale e simbolico tra uomini, una sorta di fratriarcato in cui gli uomini si combattono e competono (ma si danno valore) fra loro in una sorta di recinto autoreferenziale che chiamano spazio pubblico costruendo, di fatto, uno spazio in cui la differenza femminile è derubricata a rivendicazione (e concessione), richiesta di spazi e posti nelle istituzioni. Il luogo della politica di fatto è l’esercizio del potere, non importa quanto grande o quanto piccolo.
La piramide si accentua anche se ognuno fa quello che vuole; il dissenso viene intercettato e interpretato come passaggio di area, come sfiducia, guardato con diffidenza e isolato; ci si dice di ‘fare squadra’, ma non c’è un progetto collettivo, non c’è il collante della squadra, che sono le relazioni interpersonali, la valorizzazione del lavoro politico, il riconoscimento della lealtà.
E’ indispensabile costruire un discorso pubblico, generale e specifico, non affidato ai comunicati stampa del segretario, ma costruito come percorso collettivo: tutte e tutti dobbiamo saper parlare alla società.
La rifondazione comunista è l’unica strada per ricostruirci.
Ma qui casca l’asino. La Federazione è scoppiata come un fulmine e le condizioni le abbiamo subite, quasi a seguito ‘automatico’ delle elezioni europee. Si è tentato di imporla dall’alto ai territori e ci si lamenta che, come si sostiene quasi unanimemente, non sia decollata. Inutile ripetere le critiche che sono state avanzate da quasi tutti i compagni e le compagne, anche da chi ha votato a favore. Si vuole fare di questo soggetto un organismo compatto (una testa un voto), lo statuto presenta una forma da superpartito anche se il consiglio politico nazionale è già in violazione dello statuto per quanto riguarda la democrazia di genere. La Federazione viene percepita come un duopolio PRC-PdCI, una gabbia dell’autoreferenzialità di gruppi dirigenti e di una politica separata che non risponde al bisogno di costruire spazi pubblici partecipati e plurali, laboratori di democrazia.
In questo fortilizio non entra nessuno: non entrano il pacifismo, l’ecologia, il femminismo, quel che resta del movimento, persino il mondo del lavoro a cui spesso enfaticamente ci riferiamo. La sinistra sociale prende altre strade, respinta da questa mancanza di discorso pubblico e da una sorta di rigidità ideologica, si chiude anch’essa nell’autonomia del sociale. Le donne vengono respinte a priori, considerate appendici, alleate da aggregare, commilitone, richieste per rendere presentabili le liste.
Inoltre, la vita interna del partito è regolata da un sistema gestionale di tipo pattizio in proporzione alle appartenenze. Persino il congresso dei giovani è stato regolato da un accordo preventivo tra adulti, con il risultato di precostituire gli equilibri dei gruppi dirigenti al di fuori di un confronto democratico, eludendo la verifica di merito sulle posizioni politiche e mettendo in crisi nei documenti politici e nei principi ispiratori persino un impegno statutario come la democrazia di genere. D’altronde il sistema pattizio si è rivelato in modo eclatante, rissoso e soffocante, nella designazione recente degli assessori e degli apparati istituzionali, tutta interna e ripiegata sulla distribuzione per partiti e per aree.
PROVIAMO QUALCHE PROPOSTA
Noi pensiamo invece che occorra prima di tutto, e una volta per tutte, aprire una stagione nuova di proposta politica, sociale e culturale a tutte le forze critiche nei confronti del PD, alle associazioni, ai movimenti antiliberisti, anticapitalisti e antipatriarcali: non alleanze di ceti politici e nemmeno semplicemente accordi per battere il bipolarismo in nome della questione democratica, in primo luogo perché la questione democratica e la questione sociale vanno tenute strettamente intrecciate, come ci insegna la storia del movimento operaio occidentale, poi perché la critica al bipolarismo, se isolata nei suoi aspetti istituzionali, verrebbe intesa come una mera lotta per la sopravvivenza. Il nostro obiettivo resta la costruzione di un polo della sinistra di alternativa, autonoma strategicamente dal PD e dal centrosinistra. Nel nostro paese serve una sinistra vera, moderna, coraggiosa, di classe, comunista, anticapitalista, ambientalista, femminista, radicalmente alternativa ai due poli, che sappia suscitare passioni e speranze, che riesca a prospettare per le nuove generazioni un orizzonte di libertà ed eguaglianza.
In questa prospettiva la Federazione della Sinistra non può essere pensata come partito in formazione che segnerebbe, di fatto, il superamento del PRC. Né si possono dare per scontate convergenze politiche che non vi sono. Nella Federazione permangono differenze rilevanti sulla prospettiva politica, ad esempio. Per questo parlare di un congresso in tempi accelerati non ha senso, significherebbe solo rimuovere momentaneamente i problemi esistenti e aggiungerne altri, senza contare il rischio concreto di svuotare di significato il successivo congresso del partito.
La Federazione della Sinistra e un polo della sinistra di alternativa sono utili solo se funzionali alla costruzione di un’alternativa di società che nell’immediato implica l’attivazione di una forte opposizione sociale e culturale al governo Berlusconi e al berlusconismo, ma va oltre come progetto e come orizzonte di alternativa.
La crisi prodotta dal neo-liberismo si abbatte sui lavoratori e sulle lavoratrici e i ceti popolari. E’ il fallimento del progetto dell’Europa di Maastricht, dentro il quadro più generale della crisi del capitalismo mondiale. Il caso della Grecia è emblematico di quanto si prepara per l’Europa intera: chi ha prodotto la crisi viene salvato da incredibili risorse finanziarie, chi ne è vittima viene ulteriormente attaccato nei diritti, nel reddito, nelle condizioni di lavoro. Il tutto avviene dentro la cornice di un consenso bipartisan delle forze conservatrici e del socialismo europeo. Questo quadro vale anche per l’Italia. Vale per la manovra economica che il governo sta preparando, vale per il consenso che queste misure, a partire dal livello europeo, hanno trovato anche nel centrosinistra. Persino nel recente congresso della CGIL sono prevalse opzioni ambigue, vecchie logiche concertative, scelte statutarie opache, sia sul piano della democrazia interna che nei luoghi di lavoro.
Serve un salto di qualità: stare ancora di più nel conflitto sociale, far sentire la voce della sinistra antiliberista europea, dentro una forte iniziativa di opposizione.
Da qui si deve ripartire. Questa opposizione implica il sostegno al mondo del lavoro nel momento in cui è più acuta la crisi, a partire dalle componenti più combattive, dalla FIOM alle esperienze più avanzate del sindacalismo di base, contrastando i licenziamenti, estendendo gli ammortizzatori sociali, combattendo le delocalizzazioni, difendendo ed estendendo l’art.18, fino alla sperimentazione di proposte di reddito di cittadinanza e di lotta concreta alle varie forme di precarietà. Questa opposizione richiede il sostegno ai diritti civili e a nuove forme di cittadinanza, dai diritti e dalla dignità dei migranti, alla lotta per una libera informazione, alla tutela della gestione pubblica dei beni comuni, alle unioni civili, alle garanzie di libertà di orientamento sessuale, fino al rigoroso rispetto della laicità come elemento costitutivo della nostra repubblica e della democrazia. Questa opposizione impone l’attivazione di una lotta incisiva a difesa della Costituzione (nella sua accezione più profonda), contro i tentativi di modificare l’equilibrio dei poteri, di determinare torsioni presidenzialiste, di disarticolare il paese attraverso il federalismo fiscale, sullo sfondo di un’Europa a due velocità.
La necessità di lavorare per l’unità contro le destre non può significare la riproposizione di un frontismo moderato all’ombra del PD. Senza un’effettiva convergenza sui contenuti l’unità è un eufemismo o, peggio, una trappola. Ciò vale sia per la mobilitazione sociale che per le alleanze elettorali. Ne deriva la disponibilità unitaria, ma al tempo stesso il rifiuto ad un processo di omologazione. Occorre battere le tentazioni moderate, governiste e alleanziste che vengono avanti nella Federazione e trovano sponda anche nel nostro partito: aver “ portato a casa la pelle”, come si dice con una brutta locuzione, non interessa a nessuno se dentro la sopravvivenza non appaiono visibili i segni e le potenzialità dell’apertura al futuro. Né ci convincono posizioni che serpeggiano nella Federazione e che alludono alla riproposizione di un centro-sinistra organico, e assumono il bipolarismo come una prospettiva ineludibile.
Un simile percorso richiede il rilancio del PRC e del suo progetto. L’ispirazione di fondo del congresso di Chianciano è rimasta da questo punto di vista lettera morta, mentre la vicenda della Federazione ha assorbito gran parte delle energie, sicché spesso l’impegno per il partito è stato visto come un diversivo. E’ tempo di fare un bilancio: occorre in primo luogo riprendere il filo (purtroppo da tempo interrotto) di una ricerca sulla “rifondazione comunista”, che non può essere avulsa dal contesto. A tale riguardo, ad esempio, il tema della crisi e dell’uscita dalla stessa sono paradigmatici di una ricerca sull’attualità di un rinnovato pensiero comunista.
Al tempo stesso occorre rivitalizzare il partito. Pensiamo che occorra davvero ripartire dai circoli, riproponendo la priorità dell’iniziativa sociale, offrendo strumenti di formazione teorica e di approfondimento culturale, promuovendo nuove adesioni, sostenendo il nostro quotidiano “Liberazione”, ma soprattutto occorre che questa ripresa si saldi a un rafforzamento della democrazia interna, molto spesso trascurata o vanificata.
Siamo, inoltre, in presenza di una vera e propria emergenza sulla questione morale. Urge una nostra iniziativa contro l’occupazione delle istituzioni, ma anche contro i costi della politica, iniziativa che non va lasciata a Di Pietro e ai grillini. Pensiamo che su quest’ultima questione i nostri rappresentanti debbano essere decisi: chiedere che lo stipendio degli eletti ed elette nelle istituzioni si abbassi in maniera significativa non significa dare adito al qualunquismo o all’antipolitica, giacché, a nostro avviso, la forza e la qualità della politica non si misurano dagli stipendi degli istituzionali.
Noi siamo per un percorso di superamento delle ‘aree’ politiche cristallizzate e militarizzate, siamo favorevoli ad un pluralismo culturale e politico e al confronto tra differenze e soggettività. Consideriamo, infatti, del tutto negative le lobbies travestite da aree, in cui l’impegno più importante è quello di spartirsi i ruoli di governo del partito o le cariche istituzionali, fino alla pratica di un tatticismo esasperato, tutto teso a preservare le proprie posizioni di potere.
IL TEMPO E’ SCADUTO.
Impieghiamo “quel che resta del giorno” per invertire la rotta, per consentire alla generazione della precarietà di riprendersi la politica nelle forme e nella sostanza. Non pensiamoci come intergruppi, ma come cantiere aperto, e soprattutto, compagne e compagni, riprendiamoci la parola.
Imma Barbarossa, Direzione nazionale; Walter de Cesaris, CPN; Gianluigi Pegolo, Segreteria nazionale; Amadio Paula,CPN; Danilo Barreca, CPN; Guido Benni, CPN; Fabio Biasio,CPN; Carlo Cartocci,CPN; Pino Commodori,CPN; Pasquale D’Angelo,CPN; Manuela Giugni,CPN; Angela Lombardi,CPN;Matteo Malerba,CPN;Cinzia Mancini, segreteria prov. Taranto; Antonello Manocchio,CPN;Alidina Marchettini, Cpp Firenze; Adriana Miniati,CPN; Pierpaolo Montalto,CPN; Matteo Notarangelo, CPR Puglia; Alba Paolini,CPN; Laura Petroni,CPN; Giosuele Rosicano,CPR Puglia; Vanessa Savoni,CPN; Rita Scapinelli,Consiglio nazionale F.d.S.; Paola Serafini, CPG Firenze; Vincenzo Simoni,CPN; Anita Sonego, Consiglio nazionale F.d.S.; Sandro Targetti,CPN; Riccardo Torregiani,CPR Toscana; Francesco Voccoli, CPN; Zammori Paolo, CPR Toscana.
per adesioni e contributi scrivi a riprendiamocilaparola@gmail.com

Care compagne e cari compagni ,condivido nella sostanza il documento che avete scritto.
Rappresenta ne sono convinto, il pensiero ,lo stato d’animo,di decine di compagni e di compagne del PRC, sparse e sparsi ovunque.
Sparsi e sparse sono due termini che uso per rappresentare il disagio che oggi in tanti e in tante viviamo.
Il nostro partito ormai veleggia senza un orizzonte ,senza mete,che non siano quelle di uno schienale di una poltrona in qualche amministrazione.
Non abbiamo un punto di vista autonomo e la necessita’ di tenere tutti e tutto assieme,ormai di ha trasformato in un magma senza sembianze e senza piu’ storia.
I compagni e le compagne abbandonano il partito rinunciando a qualsiasi battaglia considerata giustamente inutile.
E i compagni e le compagne,le donne e gli uomini che ancora pongono questioni o punti di vista differenti da quelli della maggioranza vengono messi in disparte.
Io vivo a Milano,ma ho amici e amiche che vivono a Bologna e li’ mi dicono che il partito ormai non esiste piu’e centinaia di compagni e di compagne che avevano per primi posto le questioni delle alleanze col pd,oggi sono fuori dal partito.
Dicevo che sono d’accordo con la vostra analisi ma vi chiedo cosa c’entra in tutto questo il sig.Pegolo ,che ha passato la sua vita a normalizzare le federazioni?
E’ stato fulminato anche lui sulla via di Damasco o e’ la sua solita scelta opportunista per mamtenere un posto al sole?
Abbiamo sempre predicato bene e razzolato male.
Continuiamo ancora sulla stessa falsa riga?
un saluto e un abbraccio
antonio
Compagn*,
innanzi tutto è doveroso ringraziare tutte quelle 2000 persone che hanno votato Falce e Martello e assieme a loro i/le Candiat* che hanno preso parte a questa competizione elettorale.
Prendiamo atto della sconfitta del centro sinistra che ad Oristano perde nettamente.
Con solo il 60% dei votanti, dato davvero tristemente significativo, è soprattutto la Sinistra Radicale e Socialista che ne esce con le ossa rotte! (Circa il 4% con solo 4000 preferenze).
Così siamo qui a fare analisi su analisi dell’ennesima sconfitta, ma forse è ora di prendere atto della nostra pochezza.
Il Partito non solo non esiste a livello Locale, ma anche a Livello Nazionale continua sull’auto refernza, sull’unione di sigle che vorrebbero richiamarsi al PCI.
Intanto il Mondo va avanti, la crisi morde, il Capitalismo è alle corde e tenta un autoricilo che sa tanto di URSS->CSI che poi ha generato l’oligarchia Puttiniana.
Mentre noi ci chiediamo se la Federazione è l’unica strada…la gente si scansa da noi e fa bene.
Siamo anticapitalisti ma stiamo col PD, non diamo risposte serie alla crisi, non riusciamo a costruire un’idea di sviluppo credibile agli occhi della gente.
Possiamo anche essere brava gente, su questo non ci piove, ma ovviamente non basta; manca il cuore, manca quella scintilla di cambiare le cose!
La nostra struttura è pesante è vecchia, manca il coraggio di azzardare, manca il ricambio generazionale, quelli che ieri erano all’opposizione di Bertinotti oggi hanno preso il potere, ma non stanno facendo meglio di lui.
Passino le scissioni, passi tutto quello che volete, siamo mediamente una formazione tendente al 2%-3% e questo sembra andare bene a tutti.
Unitamente a ciò persistono pure le correnti e altre vetustà…pazzesco…
Un partito autoreferenzialista e nichilista che da le colpe dei suoi falliementi a tutto fuorchè a se stesso.
Dal 2008 a oggi tutto quello che è stato elaborato fondamentalmente non è servito.
La federazione, non si capisce cosa sia!
Intanto abbiamo a una Sede di più grande del valore stesso del nostro Partito.
Per la maggiore la base è fatta da disoccupati e studenti…molti circoli e federazioni non hanno un posto dove stare.
Vi è in generale una sensazione di smarrimento e di non appartenenza a nulla.
Sarebbe ora di fare chiarezza e smettere di andare dietro a questo o a quello.
E’ ora di definirci PRC? Federazione?
Fare un programma serio, di ridurre le spese a Roma e di destinare qualcosa alle federazioni.
E’ meglio avere un buco di Sede a Roma e investire nei Circoli e Federazioni, piuttosto che vivere questa situazione.
Ci vuole chiarezza!
Siamo Anticapitalisti? Ok
Prendiamo la nostra strada!
E’ necessario un patto Social Democratico?
Sia!
Ma dobbiamo fare passo dopo passo e andare avanti!
E’ una situazione insostenibile!
La gente prima o poi si stufa, alla fine in questo partito tutto è cambiato per non cambiare!
Ettore Dettori
Sgreteria Fed. Oristano
Che fare?
Massimo Saltamerenda
PRC – Circolo di Cerveteri e Ladispoli
Non ho molto da lavorare, sarebbe meglio dire che ho qualcosa di poco da fare, ma non mi va nemmeno di farlo, la stagione è pure piovosa, allora mi metto a scrivere. Sono giorni che aspetto la telefonata del mio commercialista; prima di andare a pagare a rate per sei anni una cartella esattoriale da 10.000,00 euro (la mia finanziaria personale) devo sapere dall’ufficio delle entrate se una parte della cifra mi sarà decurtata.
Come militante e dirigente di provincia di Rifondazione Comunista faccio un lavoro atipico, sono libero professionista e per di più sono anche geometra. Tuttavia sono atipico anche nella professione, il mio “giusto guadagno” proviene dalle tasche dei lavoratori, quelli che mi guardano strano durante i volantinaggi e che ogni giorno fanno i pendolari verso Roma. La finanziaria “lacrime e sangue” incombe sulle loro teste e pure sulla mia, sarà dura tirare avanti. Abito a Cerveteri, 20 minuti dalla capitale, Etruria, litorale nord a metà strada tra la città eterna e Civitavecchia. Per come vivo io il mio lavoro posso dire che da una vita faccio il precario, sebbene con maggiore fortuna di coloro che sono precari davvero, anche perché non ho dipendenti da sfruttare, ho un “modesto” mutuo da pagare e insieme alla mia compagna non siamo padri di niente, anche se lei invece è madre di una figlia. Nel partito sono segretario del circolo e in Federazione faccio parte della segreteria. Da poco ho aderito a Essere Comunisti; l’ho fatto dopo l’invito coraggioso e unitario rivolto da Claudio Grassi a Nichi Vendola e pure perché ad un certo punto, in questa fase di sbandamento che c’è dentro al partito, mi è sembrato logico, utile, forse rassicurante cercare un punto di riferimento serio e costruttivo dentro a Rifondazione, per Rifondazione.
Ora dopo un paio di mesi o giù di li, in una situazione locale che dentro la Federazione della Sinistra (PRC + PdCI) a mio avviso va sempre più cristallizzandosi tra una “non ho capito quale, unità tra comunisti” o nella costruzione di un “nuovo non so che tipo di partito comunista” e l’esaltazione “muscolare e un pò machista” (ma succede solo qui?) di un “non capito quale partito sociale”, mi trovo alle prese con due documenti che mi giungono dalla Fabbrica degli Appelli, quella appunto che sta a Roma. Si tratta di due testi importanti ai quali aderirei senza dubbio: uno parla dell’Unità a Sinistra e l’altro del Rilancio di Rifondazione, ma per il momento esito.
Il primo, quello sull’Unità a Sinistra, mi pare addirittura patetico; ci trovo dentro nomi (sempre gli stessi) che hanno caratterizzato la fase paleo-politica detta di Chianciano dove gli Homo, quelli che si ritenevano essere Sapiens, alla fine tra un naufragio e una strambata in mare aperto, hanno lasciato i bivacchi malconci di quelli che loro, consideravano essere i preistorici Neanderthal. Dimesse le clave, i clan hanno deciso di parlarsi di nuovo? Ma da che punto di vista? Siamo ancora in mezzo alle acque? Oppure stiamo a cuocere cinghiali in una fangosa piazza del villaggio?
Il secondo quello intitolato “Il tempo è scaduto – Riprendiamoci la parola” devo dire mi interessa molto per i temi che affronta e in special modo per la critica che fa al patriarcato e al partito monosessuato. Da ragazzo ero ossessionato da mio padre e dalle dimensioni del mio pene, ho scoperto in ritardo di avercelo normale e oggi che c’ho cinquant’anni vedere tutti questi “omini” che in politica come sul lavoro e nella società passano la vita a misurarselo di continuo, me lo sono rotto appunto un po’ … il cazzo. Ma non ho capito che vuol dire “quale tempo” sia scaduto e in “quale luogo” si intenderebbe riprendere la parola.
Ho solo un timore, che tra un organizzare le “truppe cammellate” per posizionare meglio i “comunisti più comunisti degli altri” all’interno del congresso di formazione della Federazione della Sinistra e la “voglia” di qualcuno di riprendersi uno strapuntino in parlamento o una scrivania dentro al partito, qua finisce veramente male.
Ma Che Fare? Prima che arrivi “L’Arca di Nichi”, prima che questo evento mediatico prenda davvero il sopravvento pure nell’immaginario collettivo della mia “diligenza” (è scritto in cinese), io, anche solo per incoraggiare qualcuno aderisco a tutti e due gli appelli e buonanotte, vediamo un pochettino come va a finire. Tanto sono anche un po’ stanco e non solo non mi va più di lavorare, ma non mi va più nemmeno di scrivere; tanto sono convinto che qualcuno mi dirà: “Che hai fatto? Hai sbagliato!” Ma che potevo fare sotto questo cielo plumbeo?
Caro Massimo,intanto i miei complimenti per la tua scrittura ironica e autoironica. Hai aderito a due documenti e non ho alcun commento da fare. Per noi “Il Tempo è scaduto” vuol dire che se non riusciamo a impedire ora lo scioglimento camuffato del partito,non avremo altre occasioni. L’unità della sinistra: chi è così pazzo da opporsi? Ma il problema è che non si fa nulla per ricostruire la sinistra sul piano sociale,culturale,teorico. Quindi l’unità è un’aggregazione di ceti politici come ha dimostrato la spartizione degli assessorati. Per me e alcune compagne femministe firmatarie del documento la Federazione è un luogo maschile per vocazione e per struttura. Anche il prc è un luogo maschile e lo sta diventando sempre di più,vedi l’elezione della nuova segreteria di Milano fatta di 8 uomini + una compagna nche era la presidente del cpf. Nessuno ha protestato,nessuno si scandalizza,a parte l’articolo della compagna Sonego.Viene quindi meno ogni impegno preso a Chianciano,cioè di rafforzare e rinnovare il progetto della rifondazione comunista e di decostruire il carattere monosessuato del partito. I due documenti sono molto diversi tra loro,caro Massimo, oserei dire incompatibili sul p iano teorico e politico. Questo non vuol dire che non dobbiamo continuare a confrontarci e che io non rispetti profondamente la tua scelta. Un caro saluto. Imma Barbarossa
cari compagni, se ancora si ci vuole chiamare cosi, le analisi siano queste elettorali che sociali lasciano il tempo che corrono, non si può notare il nostro arroccarsi su posizioni exstra-parlamentari di sesantottiana memoria,con derive personalistiche di capo popolo e intransigenza politica, cosa che può essere interessante in un contesto apertamente conflittuale ( la Grecia insegna) . Cerchiamo invece di essere concreti , cosa ci serve per essere visibili sul territorio ,curare il nostro orticello, oppure facendo leva sulle istituzioni scardinare il sistema economico -capitalista .Quale miglior sistema se non sporcarci le mani è cavalcarlo ( governando le istituzioni dal suo interno), si cominci pure dal territorio , ma non con vuoti proclami di purezza e stupide prese di distanza. Il potere di cambiare è sporcarsi con la realta che si vive.
saluti comunisti
carissimi, non ve la prendete, ma l’unica cosa che condivido del vostro documento è che il tempo è scaduto.
Per il resto, anche se è condivisibile nei principi quanto affermate, mi sembra non esca dal solco della cultura deteriorata di un modo di fare politica che ci ha ridotto ad un partito di cui nessuno vede più l’utilità.
La Federazione della sinistra, i rapporti con la fiom, la CGIL, il PD, le tentazioni governiste e alleanziste, sono questioni che non mi appassionano. Rifondazione comunista, e non è l’unico partito, si è avvitata in un autoreferenzialismo, da cui il vostro documento non riesce a prendere le distanze. Cosa vuol dire rivitalizzare i circoli? cosa vuol dire stare dentro ancor di più nel conflitto sociale? dove si vuole produrre questo confiltto e con che modalità?
Faccio solo un esempio: Ferrero è venuto a Genova qualche settimana fa, ha ribadito la necessità di costruire il conflitto sociale, di radicarsi nel territorio. Condivisibile, ma come? anche se sollecitato, non ha detto una parola sulle iniziative politiche da prendere, su come cercare dico cercare di creare il conflitto sociale su temi brucianti ed impellenti, vedi la riforma del diritto del lavoro, la cancellazione dello statuto dei lavoratori. Non una parola, non un invito a mobilitarsi, a spiegare ai lavoratori cosa succede, a creare consenso e condivisione su questi obiettivi. E’ un brutto momento, ma i momenti di difficoltà sono utili almeno per aggregare la gente e fare fronte comune contro il nemico. Invece che cercare il conflitto in concreto, mi sembra di aver capito che Ferrero voglia fare un referendum sul collegato lavoro. Una delle sue preoccupazioni principali pare essere il modo di raggiungere un governo con il centro sinistra alle prossime elezioni (fra tre anni se non erro), per modificare la legge elettorale.
Non so cosa intendano i nostri dirigenti quando promuovono il “conflitto sociale”, se anche nel momento di maggiore repressione e revisionismo non si pongono neppure l’obiettivo di mobilitare o di far prendere cononscenza di quanto sta succedendo ai lavoratori, di aggregarli e di stimolare una presa di coscenza politica. Se non cercano un punto di incontro con i sindacati di base, o con la FIOM, per organizzare una mobilitazione di massa.
Quanto al Partito sociale peraltro mi sembra che venga sempre più declinato come partito assistenziale, fornitore di servizi (v. pane calmierato, dentista compagno), ma il messaggio politico quale è ? anche la caritas fa assistenza, ma non sono comunisti.
Il problema a mio avviso è essenzialmente culturale, è di capire è la differenza tra il praticare la politica ed il parlare di politica. Chi vuole fare politica è costretto a farla fuori dai pariti, anche dal nostro, perchè qui non c’è spazio e se provi a permearlo vieni respinto senza tanti complimenti.
Le riunioni di circolo riproducono questi meccanismi, si parla di correnti, di alleanze, qui a Genova si pensa già alle prossime comunali riproducendo le preoccupazioni di ferrero per le politiche (è indifferente che le prospettive siano diverse rispetto alle alleanze con il centro sinistra, il linguaggio è identico).
Peccato che tra due anni nessuno saprà più che esistiamo, ma noi quattro superstiti, avremo chiaro in testa che con il PD non ci alleiamo.
A mio avviso dovremmo smetterla di fare dei documenti su cui raccogliere una sfilza di firme, e dovremmo proporci invece di essere un punto di aggregazione e di presa di coscienza dei lavoratori, dei disoccupati, di chi fa politica senza riuscire a trovare un punto di riferimento. Dovremmo smetterla di avere la velleità di “parlare alla gente”, dovremmo sforzarci di ascoltarla la gente, dargli la parola, mettergli un megafono in mano per urlare la propria rabbia.
Il partito deve essere uno strumento, aperto il più possibile a chi se ne vuole servire, non un fine, non un modello perfetto da perseguire.
Per concludere, mi chiedo, vi chiedo, cosa si è fatto di concreto per essere interlocutori politici del sindacalismo di base? Ricordo due anni fa, una grande manifestazoine a Roma a ottobre del PRC, molto identitaria, molto ben riuscita Peccato che la settimana prima ci fosse la manifestazoine nazionale dei migranti e quella dopo la manifestazoine nazionale dei Cobas. Migranti e sindacati ringraziano, e giustamente ci cazziano.
Sabato 5 Giugno c’è una manifestazione nazionale degli RDB contro il collegato lavoro. Vogliamo provare a dire qualcosa anche noi visto che pare essere l’unica iniziativa di lotta sull’argomento, al di là dei convegni di delegati organizzati dalla CGIL? Vogliamo provare a estendere l’inizativa ad altre componenti del mondo del lavoro? Almeno proviamoci!
E’ questo il modo di stare nel “conflitto sociale”? o piuttosto è un modo di coltivare un autoreferenzialismo suicida? ma il paziente forse è già morto, ma no, respira ancora, salviamolo.
ciao
dario rossi compagno di genova
Da un po di tempo seguo con un certo distacco le vicende del partito, dedicandomi a definire spazi di dibattito ed azione in altri ambiti. Il documento chiarisce meglio di altro le ragioni del mio atteggiamento da una anno a questa parte. Ne condivido l’analisi e la proposta. Aderisco senza esitazione e da subito passo alla sua diffusione. Quello su cui aprirei un ragionamento più ampio è e rimane la necessità di ricostruire un progetto quale quello della Sinistra Europea, guardando a quanto avviene in Germania con la Linke oltre alle altre analoghe esperienze, sia quelle positive che quelle negative, la Francia insegna. Sento la necessità di un nuovo processo ampio e includente, aperto alle istanze che da Genova in poi abbiamo prima incontrato e poi perso per strada. E questo non ha nulla a che vedere con un aggregato PRC/PdCI e poco altro. Un abbraccio
Cari compagni, io ho già aderito all’ appello e lasciato un mio personale contributo via mail. Lo ripeto quì in forma abbreviata. Io ritengo che questo documento sia un pò debole dal punto di vista della proposta: vagheggiare dei cambiamenti nella struttura del partito senza nemmeno delinerali e criticare il progetto della federazione senza presentare proposte organiche sul terreno della costruzione di uno spazio politico comune della sinistra anticapitalista potrebbe danneggiare gl’ intenti del documento. Io penso che la riforma del partito che deve essere fatta deva andare nella direzione della sua torsione in senso sociale (il cosiddetto partito sociale, se vogliamo): dobbiamo darci gli strumenti per compiere azioni d’ inchiesta incessante sulla classe sociale di riferimento e sulla base di questo provare a dare risposte autorganizzate tramite il mutualismo in maniera tale da provare a ricostruire il legami di classe frantumati dalla trentennale ristrutturazione capitalistica ed elaborare un piano d’ intervento volto alla “semina” del conflitto sociale. Ciò comprende, naturalmente, anche una capacità di produzione culturale incessante volta a spiegare i nessi tra i vari germi di conflitto che oggi appaiono puntiformi: ad esempio, dovremmo essere in grado di spiegare i nessi tra patriarcato, scempi ambientali, guerre e capitalismo; insomma, va creata una narrazione organica nuova per non essere semplici testimoni del passato. Per far questo vanno innestati meccanismi tali da valorizzare i quadri che sanno creare conflitto e lavorare in maniera conflittuale piuttosto che coloro che sono bravi solo a fare manovre interne o esterne sul terreno della politica politicante o istituzionale. Dobbiamo liberarci dal politicismo! E possiamo farlo solo volgendo il partito verso la pratica sociale. Questo significa, amio parere, dar forza teorica e nelle pratiche a rifondazione comunista
Per quel che riguarda la federazione, io ritengo che un modo valido per poter allargare il processo sia quello di cercare di organizzare a livello locale e nazionale una serie di assemblee ampie, in cui invitare tutta la sinistra anticapitalista (partiti, sindacati, comitati, movimenti) su 5 o 6 temi d’ interesse cme ad es lavoro, antifascimo e antirazzismo, patriarcato e differenze di sessualità, istruzione pubblica, beni comuni (sul modella della conferenza del lavoratori e delle lavoratrici organizzata mesi or sono dal solo PRC per intenderci) dalle quali far scaturire campagne d’ iniziativa ed un programma di fase comuni. Solo così si può pensare ad un cammino che porti a relazioni stabili. Non si tratta di una soluzione ottimale e di sicuro successo, ma di certo è fattibile e migliore di come si sta procedendo
Ai firmatari dell’Appello ‘Il tempo è scaduto. Riprendiamoci la parola’
RIPRENDERSI LA PAROLA, MA PER FARE COSA?
Cari compagni e care compagne,
abbiamo letto con interesse il testo pubblicato su Liberazione ad aprile e ancor più l’appello di qualche giorno fa, che amplia i contenuti del primo e cerca di articolare alcune proposte pratiche. Con alcuni di voi abbiamo condiviso l’impegno della terza mozione all’ultimo congresso, con altri, pur da collocazioni diverse ci siamo trovati varie volte a esprimere un ragionamento comune nel dibattito interno a Rifondazione. Per questo troviamo naturale rispondere al vostro appello per cercare di capire se è possibile – aldilà delle note differenze politiche e ‘culturali’ tra noi – trovare una base comune per cercare di rispondere alla crisi del PRC, del suo progetto politico e della sua struttura organizzata.
Tolte le citazioni di Majakovskij, che – come abbiamo già sperimentato una volta – non ci portano fortuna, crediamo che ci siano vari punti comuni nella vostra e nella nostra analisi: l’assenza di progetto politico nel PRC e dunque il prevalere della ‘piccola politica’; il governismo e la subalternità nei confronti del PD e dello stesso ‘vendolismo’, più in generale del centrosinistra; la critica alla Federazione; la ‘questione morale’ e la burocratizzazione del Partito; l’insufficienza del suo radicamento sociale, sono soltanto alcuni dei temi su cui la pensiamo allo stesso modo o in modo abbastanza simile.
Come abbiamo detto nel corso dell’ultimo CPN su questi temi una parte del gruppo dirigente PRC ha sviluppato un punto di vista chiaro: la cosiddetta svolta di Chianciano non ha pagato; dunque bisogna aprire una ‘offensiva unitaria’ nei confronti di SEL per lanciare insieme la proposta di un ampio schieramento a difesa della democrazia e per cacciare Berlusconi nel 2013. Dunque serve un partito funzionale a questa linea politica. A questa proposta Ferrero in questi mesi non è stato in grado di contrapporre una proposta altrettanto chiara, col timore che qualsiasi cosa avesse detto avrebbe finito per scontentare una parte della propria maggioranza. A giudicare dalle vostre parole diremmo che tale atteggiamento non gli è servito a scongiurare il pericolo. Dunque non dobbiamo incorrere anche noi nello stesso errore e per questo è necessario essere inequivocabili e inflessibilmente lineari nel passare dall’analisi all’azione. Citiamo tre punti.
1. La questione delle alleanze. Continuare a dire che questo tema non va risolto ‘in modo pregiudiziale’ ma in base ai programmi e che bisogna essere ‘strategicamente alternativi al PD’ in questi anni non ci ha preservato dagli errori che voi stessi denunciate. O ci si aspetta una svolta sostanziale nel PD e nelle forze di centrosinistra oppure crediamo che non sia avventurismo dire chiaramente che – almeno in questa fase – la sinistra dovrà fare opposizione al centrodestra e al centrosinistra. Eventuali improbabili eccezioni non farebbero altro che confermare la regola.
2. La Federazione della sinistra. La critica alla Federazione e alla logica dei ‘contenitori’ non basta, perché è chiaro che il gruppo dirigente del PRC preme a maggioranza per andare in quella direzione e che oggi è necessario esprimere un giudizio e una posizione conseguente non sulla Federazione dei nostri sogni, ma sulla Federazione che – concretamente – abbiamo visto all’opera in questi mesi e che sta andando avanti inesorabilmente lungo una strada tracciata: quella indicata da Giampaolo Patta e che coniuga il ‘congelamento dell’attività e del tesseramento del PRC con la disponibilità a un nuovo accordo nazionale di governo col centrosinistra, questa volta con in più la clausola della ‘fedeltà eterna’. Dunque o si cerca di contrastare quel processo facendo una proposta alternativa oppure ci si limita a mettere la testa sotto la sabbia (come si è fatto rispetto al congresso CGIL, coi risultati che sappiamo). ControCorrente dice che è necessaria una ‘sinistra dei lavoratori’ anticapitalista e ‘incompatibile’ (così ci capiamo) col PD e nuove edizioni del centrosinistra. Nel vostro appello si parla di ‘una sinistra vera, moderna, coraggiosa, di classe, comunista, anticapitalista, ambientalista, femminista, radicalmente alternativa ai due poli’. Non ci sembra che si tratti di formule così distanti da impedirci di sviluppare una discussione comune, ma il problema è definire se questa vostra proposta è alternativa o no alla Federazione, perché, se è compatibile con la Federazione allora è incompatibile con la Rifondazione Comunista e con una ‘sinistra vera, moderna, coraggiosa, di classe ecc.’.
3. Democrazia interna e forma-partito. Anche su questo tema, se non vogliamo ripetere gli sterili ‘mal di pancia’ stile Conferenza di Carrara è necessario ragionare su una proposta articolata, che colpisca il fenomeno della sclerotizzazione della democrazia e del burocratismo alle sue radici e cioè in una stratificazione di livelli e condizioni di vita creatasi tra i dirigenti di questo partito in base alla loro vicinanza alle ‘stanze dei bottoni’. Pensiamo che vada fatto un ragionamento su come utilizzare le risorse e il patrimonio di questo Partito, che attraversa una crisi materiale oltre che politica, ricordando che quelle risorse e quel patrimonio sono a disposizione di tutto il Partito, grazie al sacrificio che i suoi iscritti si sono sobbarcati in questi anni. E infine siamo disponibili a ragionare su come combattere le lobbies e i comitati elettorali che albergano nel PRC, anche questi sono cosa diversa dalle aree e dalle componenti politiche. La prova del nove sta nel fatto che le lotte intestine che hanno lacerato questo partito negli anni si sono perlopiù consumate all’interno delle stesse componenti e mozioni congressuali. Dalla ‘coppia più bella del mondo’ Cossutta-Bertinotti ai giorni nostri.
Dunque cari compagni, se c’è la concreta volontà di cambiare, noi pensiamo che ci debba essere la massima chiarezza su questi pochi, pochissimi punti e allo stesso tempo che tale volontà debba concretizzarsi rapidamente, agli occhi di questo gruppo dirigente e degli iscritti di questo partito, in un fatto pubblico. Anche qui le esperienze che abbiamo già vissuto all’epoca del secondo Governo Prodi, quando gli squilli di tromba che dovevano precedere l’arrivo della cavalleria ferreriana contro gli affossatori del Partito venivano annunciati alle 10 e smentiti alle 10 e un quarto, qualcosa dovrebbero insegnarci. Noi vi proponiamo di organizzare insieme, prima dell’estate, un momento pubblico di discussione tra di noi sul futuro della rifondazione e un momento pubblico di discussione tra di noi e con altri sul futuro di questa sinistra. Non un cantiere, che di quelli in vent’anni ne abbiamo aperti tanti senza costrutto, ma due momenti di discussione vera, coi compagni in carne e ossa e con quei soggetti che più volte vengono nominati nel vostro documento: i lavoratori, i precari, i giovani, le donne, i movimenti. Il tempo è davvero scaduto. Se si vuole ancora provare a dare una svolta – seriamente – noi ci stiamo. Sennò pensiamo che, molto semplicemente, non ci sarà un futuro.
Marco Veruggio DN PRC
Alì Ghaderi, Patrizia Granchelli CPN PRC
Luigi Minghetti CNG PRC
Mara Armellin, Segreteria PRC Treviso
Christine Thomas, PRC Bologna
Christel Dicembre, GC Bologna
Fabrizio Nigro, PRC Genova
del coordinamento nazionale di ControCorrente
Codivido in toto!!!! Analisi cruda ma vera!!! basta con le bugie finalizzate solo a unire debolezze nella speranza di non dissolversi, magari inventandosi alchimie politiche(vedi accordi elettorali con i vari Loiero,Bresso,Bonino)per garantirsi un minimo di rappresentanza che per forza di cose sarà subalterna alle peggiori politiche del PD e non farà che continuare a farci percepire dai meno abbienti come inutili se non dannosi. Vittorio CPR Emilia Romagna
Condivido il documento in pieno. Finalmente devo dire è la prima volta che leggo una critica e autocritica giusta e senza autocompiaciento al partito e ai suoi sviluppi. Il superamento delle aree politiche cristalizzate e militarizzate è un punto fondamentale, a mio parere, inderogabile e imprescindibile! Le appartenenze alle aeree e la sua ricaduta nei Circoli hanno creato tante divisioni a volte insanabili e perpetue.
E’ importante, come viene specificato nel documento, la difesa dei diritti civili e della laicità delle istituzioni lasciata troppo ad altre formazioni e pseudo formazioni di sinistra e non. Inoltre devo dire che il partito non è stato per niente permeato dalla critica femminista, anzi molte volte siamo stignmatizzate e derise e questo a mio modesto parere è un grave danno e un grande vuoto.
Ho letto con attenzione e ho aderito.
Sono Sardo, ma per studio sto in Lombardia, ho seguito da vicino le elezioni Lombarde, così come ho assistito alla chiusura del Centro Sociale di Pavia!
Ecco il travaglio del “Barattolo” riassume l’indifferenza della sinistra verso la sua gente.
Dobbiamo materializzare il concetto di anticapitalismo e dare concretamente alla gente un’idea di come si possa contrastare il capitalismo dal proprio interno.
La crisi NOI non la dobbiamo pagare e ora di tornare a parlare come si mangia!
Saluti
ettore
quando cominceremo ad essere più seri si potrà vedere la luce!
ma come ci si può chiamare “Rifondazione Comunista” per tanto tempo (e purtroppo lo si fa ancora!!!) e non “rifondare ” niente ….rimanere dentro un contenitore che si “dichiara” Comunista e alla prima difficoltà o insoddisfazione o “messa in minoranza”…sbattere la porta e aprire un’altro contenitore (proprio!) e dichiarare di non essere più “comunista”…..ma siamo seri : comunista o lo si è da quando si comincia a “capire” e per sempre oppure NON LO SI è MAI STATO!
Questo vale sia per chi …in tempi andati …ha fatto il direttore dell’Unità , sia per chi ora è visto come il governatore del “forno Puglia” (sic!) e recita o cita passi della bibbia, per avvalorare le sue tesi…….pensa un pò : per un EX COMUNISTA vale molto di più una citazione ..ispirata da Dio… del profeta Isaia, (se mai è esistito!) distante da noi più di 2000 anni , VALE MOLTO DI PIU’ , è più attendibile scintificamente dell’ANALISI DI MARX e delle tante esperienze del movimento comunista.
Roba da vergognarsi!!!!!!
quando ero giovanissimo certi discorsi e comportamenti venivano BOLLATI di intellettualismo piccolo-borghese…..non ci si è allontanati di molto …..certo allora era di moda essere di sinistra …..ma chi era veramente comunista allora lo è ancora…gli altri si son persi per strada!!!
Ma veniamo alle proposte : stare insieme , discutere, studiare, lavorare…..lavorare…..lavorare……tra la classe operaia , in tutte le forme che questo sistema inventa : operai , operai preceri, operai immigrati , operai extracomunitari, ecc;
E FINIAMOLA ad atteggiarci a INTELLETTUALI o peggio a DIRIGENTI POLITICI……poveri illusi non ci sono e non ci saranno mai FABBRICHE di soli DIRIGENTI….servono PRINCIPALMENTE ed essenzialmente OPERAI!!!!
Tutto il resto sono solo chiacchere !!!!
RE Martino: condivido la tua indignazione per chi non solo si proclama non più comunista ( cosa legittima),ma comincia ad accusare i comunisti di ogni nefandezza. Penso che la scissione,annunciata e praticata da Bertinotti e compagni/e sia stato un grave errore e un danno per tutta la sinistra di alternativa. Quanto alle ‘fabbriche’ anche a me sembrano luoghi di esercitazione di leaderismo populista,in cui ci si affida al vincente. Infatti noi vorremmo ricostruire una pratica di discussione a partire da scelte teoriche e politiche chiare,l’anticapitalismo e l’antipatriarcato. Sugli intellettuali non sarei così sprezzante,tieni presente che oggi la maggior parte delle figure precarie sono intellettuali e che il movimento operaio ha sempre sostenuto la scolarizzazione di massa. Piuttosto è necessario discutere gli assi della conoscenza e batterci per una scienza libera dal dominio del mercato. Insomma riprendere il 68!
Il percorso obbligato dopo la sconfitta della sinistra arcobaleno era un ritorno ai territori, ai circoli, all’instaurazione di un dibattito che coinvolgesse tutti gli iscritti al PRC e la proposta della Federazione poteva essere uno strumento per far rinascere nei Compagni la volontà di rifare politica, ma così non è stato, si è preferito seguire il percorso perdente della sinistra arcobaleno, imposto e non digerito dai Compagni, si son persi mesi a cincischiare anzichè rimuovere l’ostacolo, il verticismo.
Il dibattito doveva essere aperto si doveva mobilitare tutto il Partito fare quella campagna di ascolto che tutti a parole dicono di volere ma poi ………
Cosa serve?
La militanza? L’impegno costante?, Lo studio?
Produciamo idee, apriamo le menti facciamo partire anche la fantasia, su iniziative, dibattiti, studi, ma poi riprendiamo l’antica tradizione di confrontarci con i soggetti rappresentati ritorniamo a far politica nelle periferie, nelle fabbriche, nelle strade riprendiamoci gli spazi che ci competono e allora finiranno i “si però” i “non mi rappresenta perchè” futilità se riusciamo a riaggregare il nostro Popolo.
Auguri e buon lavoro e a disposizione del PRC ancora.
Roberto
RE Jacovacci: sulla deriva della Federazione a quasi Arcobaleno sono d’accordo con te. Per questo abbiamo scritto il documento e abbiamo sostenuto apertamente la nostra critica negli organismi dirigenti del PRC. Occorre riprendere un discorso pubblico e praticare i luoghi del conflitto,non rinchiuderci nei distinguo e non galleggiare nel vuoto delle parole fine a se stesse. Fingere di rincorrere la Linke tedesca e non vedere che il PD non è la SPD tedesca è un abbaglio. A meno che non sia un escamotage per dire che si vuole a tutti i costi una rappresentanza parlamentare: il che è comprensibile,ma per i comunisti la strada sta nei conflitti,il resto sono scorciatoie.
In gran parte condivisibile,ma la Sinistra Europea era già l’anticamera della liquidazione del PRC,come lo era la “non violenza”,come lo era la nomina di un anticomunista a direttore di Liberazione(Sansonetti),come lo era accettare la pantomima delle primarie dentro un accordo già sottoscritto ,etc.Dubito che coloro che hanno condiviso e taciuto ora possano ergersi a salvatori della Rifondazione Comunista,chi ha accettato l’ipotesi di non essere più comunista non ha più alcuna credibilità a difendere ora un partito comunista che rischia oggettivamente di sparire.
Detto questo ogni sforzo va fatto nell’unica direzione credibile:riaprire il percorso della costruzione di una forza comunista per l’oggi e per il domani,si chiami essa PRC o in altro modo purchè comunista,chi invece non si sente più comunista(Vendoliani,etc) vadano altrove,poi sui contenuti ci si confronterà sempre ,nessun settarismo,ma non nello stesso partito.
RE Scola: Non sono d’accordo sull’esito della Sinistra Europea come anticamera dello scioglimento. Quel percorso prevedeva una formazione politica aperta,in cui nessuno rinunciava ad essere se stesso,ma si metteva in relazione con associazioni e reti. La rovina fu nella torsione elettoralistica dell’Arcobaleno e nella ubriacatura che il pezzo che si staccava dai DS ci avrebbe salvati. Sulla nonviolenza il discorso è molto complesso: esiste un lungo dibattito in Rifondazione e nei movimenti. Io da femminista l’ho sempre sostenuta,sarebbe utile organizzare delle discussioni vere,senza pregiudizi,come anche su altro,ad esempio sulla storia dei comunismi.
La formazione prevista non era comunista,non giochiamo a nascondino se no non si và da nessuna parte
Finalmente qualcosa si muove in Rifondazione Comunista, era ora!!!
Sono d’accordo sul documento e ho aderito via mail.
Hasta Siempre!!!!
Valerio Bottaro