Una riflessione sul dopo voto


Una riflessione sul dopo voto

Rifondazione e la sfida dell’alternativa

di

Walter De Cesaris

  1. Cambia il vento

Sembrava un vento, invece è un uragano che spezza le destre al governo nelle città e nel Paese. Un uragano composto da tanti venti: la condizione materiale di milioni di donne e uomini, ragazze ragazzi, l’indignazione per una gestione del potere arrogante e prepotente, le lotte operaie e degli studenti in Europa e in Italia e, assieme a tutto ciò, l’eco di un vento di rivolta che sale dalle popolazioni del Mediterraneo.

L’importanza del voto è molto grande per il segnale fondamentale che manda: le destre non si sconfiggono guardando al centro moderato e annacquando i contenuti del cambiamento. Le destre si battono se si offre una alternativa reale di idee, progetti, metodo di governo. Al di là delle percentuali delle singole forze e del profilo dei candidati (dati pure in sé molto significativi) lo spostamento  a sinistra determinato dal voto sta  lì.

A ben guardare, già il risultato straordinario della raccolta per i referendum per l’acqua pubblica e l’esito imprevisto (per la dimensione dell’opposizione) dei referendum imposti da Marchionne avevano segnalato che una fase si stava per chiudere. Una fase che potremmo definire quella del dominio del pensiero unico e della sua prevalenza come cultura di massa. Continua a leggere

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Gianluigi Pegolo: RELAZIONE AL COMITATO POLITICO NAZIONALE DEL 21 e 22 MAGGIO 2011


Per supportare l’analisi, che vi proporrò, mi sono avvalso delle seguenti fonti: dati su comuni e province elaborati dalla compagna Tisba per conto del nostro ufficio elettorale, elaborazioni dell’Istituto Cattaneo, altre informazioni desumibili da ciò che stato pubblicato in questi giorni. Continua a leggere

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Cosa ci insegna questo voto


di Gianluigi Pegolo
Possiamo, a ragione, esprimere soddisfazione per i risultati di queste elezioni amministrative. Il primo dato, in sé rilevantissimo, è che il centrodestra subisce un duro colpo a Milano. Non si tratta solo della debacle della Moratti, un candidato sindaco sulla cui spendibilità vi erano molti dubbi nello stesso centrodestra, quanto del fatto che quelle elezioni erano state rivendicate da Berlusconi come test nazionale, fino a spingerlo a candidarsi come capolista del Pdl. Il risultato suona quindi come un’esplicita delegittimazione dello stesso Berlusconi e della coalizione di governo, resa ancora più significativa dall’arretramento dell’alleato di ferro, la Lega Nord. Inevitabilmente questo risultato accentua le tensioni nel centrodestra e segna un duro colpo per l’operazione di consolidamento del governo, anche se sarebbe azzardato trarre conclusioni automatiche sul destino della legislatura. Molto dipenderà dai risultati dei ballottaggi.
A questo primo elemento di soddisfazione se ne aggiunge un altro, anche questo non scontato. In alcune grandi città il candidato di sinistra ottiene un risultato di grande valore, al punto da far insorgere la destra contro la minaccia dell’estremismo. A Milano Pisapia sbaraglia il centrodestra e pone una seria ipoteca, nel ballottaggio, sulla vittoria della coalizione di centrosinistra. A Napoli il risultato è ancora più clamoroso, perché in questo caso De Magistris, guidando una coalizione alternativa al Pd, supera alla grande il candidato dello stesso Pd e passa al ballottaggio con il candidato della destra Lettieri. Sono due vicende non identiche, ma che ci dicono di uno spostamento a sinistra dell’elettorato, di una domanda di maggiore radicalità.
Questo non significa che assistiamo alla  crisi conclamata del Pd, che anzi ottiene in generale buoni risultati, ma certamente alla non corrispondenza fra la proposta politica di quel partito e la domanda che viene da parti rilevanti dell’elettorato. Non solo, la vicenda mette in luce l’erroneità della tesi secondo cui nei sistemi di tipo maggioritario per vincere occorra collocarsi al centro. La sconfitta di Morcone a Napoli è, da questo punto di vista, molto significativa, perché quella candidatura era finalizzata ad un’operazione di convergenza con il terzo polo nei ballottaggi.
Così come è indicativo che tanto Pisapia quanto, soprattutto, De Magistris, ottengano più voti della coalizione che li sosteneva. Nel contempo il terzo polo, vezzeggiato dal Pd come possibile interlocutore, al punto da sacrificare al rapporto con questo le alleanze con le forze di sinistra, arranca. Fli in primis, ma anche l’Udc, se si esclude il risultato significativo di Napoli. E nelle realtà dove il Pd privilegia il rapporto con il terzo polo, le coalizioni alternative di sinistra ottengono in alcuni casi buoni risultati, come nelle province di  Macerata e di Vercelli e nel comune di Grosseto, diventando determinanti nei successivi ballottaggi. Il dato generale, insomma, mette in luce una oggettiva difficoltà del Pd a procedere sulla strada delle grandi intese con il terzo polo.
Queste elezioni ci dicono, però, anche qualcosa sulla sinistra. In queste amministrative è cresciuta un’unità a sinistra, anche se in maniera ancora insufficiente, per la indisponibilità soprattutto di Sel. In taluni casi questa unità si è tradotta liste unitarie di sinistra; in altri casi ha assunto la forma di coalizioni autonome dal Pd. L’esempio più eclatante è quello di Napoli con l’alleanza fra IdV, FdS, liste civiche. Ma non si tratta del solo esempio. Nelle elezioni provinciali coalizioni alternative al Pd sono sorte a Macerata,  a Vercelli, a Mantova, a Pavia, a Campobasso. Nei comuni capoluoghi, a Torino, a Rovigo, a Grosseto, a Salerno, a Cosenza. I risultati sono stati diversificati, ma seguendo una logica comune. Laddove la sinistra di alternativa non si riduce ad un micro polo, dove assume una dimensione adeguata ed è in grado di proporsi come alternativa credibile, è possibile rompere la morsa del voto utile, che invece scatta laddove questo profilo non si determina. Il caso negativo più eclatante, quello di Torino, riflette certamente questa tendenza generale, che si manifesta anche laddove le ragioni per una presentazione autonoma erano le più forti, dopo le scelte del candidato del Pd a sostegno di Marchionne e le chiusure settarie dello stesso Pd.
In queste elezioni Prc e FdS ottengono un risultato globalmente positivo, che per molti versi inverte il trend negativo che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi. Nei 24 comuni capoluogo in cui la Fds si è presentata il risultato si attesta all’incirca su quello delle precedenti regionali e nelle 11 elezioni provinciali – un test quindi più politico – si migliora il risultato delle europee di circa lo 0,5% attestandosi, come dato globale, intorno al 4%. E, dato ancora più significativo, riducendo la distanza con le altre formazioni della sinistra, Sel in primis. Spiccano in questi risultati, per l’incremento dei consensi, i casi – fra l’altro – delle province di Gorizia, Lucca, Macerata, Ravenna e nei comuni capoluoghi, oltre che di Napoli, di Milano, Barletta e Arezzo. Questo risultato globale naturalmente è costellato di successi e anche di insuccessi. Nei casi dove i risultati sono stati migliori ha molto pesato il radicamento delle forze della FdS sui territori, la qualità delle candidature e soprattutto la capacità di polarizzare l’attenzione dell’elettorato, di segnare con i propri contenuti le stesse alleanze. Dove invece vi sono state difficoltà e anche arretramenti si misura la debolezza delle strutture locali, ma anche – in taluni casi- l’inadeguatezza delle scelte e, elemento non meno rilevante, la presenza di una competizione serrata a sinistra. Il caso di Bologna riflette in modo evidente questa condizione di difficoltà. Il formarsi di una lista civica di sinistra guidata dalla stessa candidata a sindaco che la FdS aveva sostenuto e che ha posto un veto sulla inclusione della stessa FdS, ha certamente inciso. Ma non va trascurato in queste elezioni un altro dato rilevante e cioè la presenza di una formazione (Cinque stelle) di stampo populista, ma sicuramente capace di penetrare nell’elettorato di sinistra, che ha penalizzato in alcune realtà le liste della Fds.
In ogni caso, i risultati ci dicono che una fase nuova si sta aprendo, una fase in cui scricchiola la coalizione di governo e nella quale ricomincia a spirare un vento di sinistra, che la FdS – oggetto di un oscuramento clamoroso da parte dei principali mass media – riesce almeno in parte ad intercettare. Non si tratta che dell’inizio di un processo che ha interessanti potenzialità, ma che resta denso di incognite, nel quale elemento decisivo è la possibilità che si affermi un polo della sinistra autonomo dal Pd, ma non settario, capace sia di condizionare le alleanze di centrosinistra nei contenuti programmatici, nelle candidature e nel sistema di alleanze che di proporsi, dove necessario, come alternativa. Un’esigenza per dare alle comunità locali governi credibili, ma anche per aprire una prospettiva politica generale. Le alleanze che in queste elezioni la FdS ha costruito in molte realtà con pezzi di sinistra costituiscono una utile base di partenza. Sta a noi saper far vivere queste esperienze e dar loro un raccordo e una base politica comune.

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IL TEMPO E’ SCADUTO. Riprendiamoci la parola


“Sulla polvere sbattuta dalle battaglie,
su tutti quelli che si azzuffano, disperando nell’amore,
adesso
l’inverosimile diventa realtà
è la grande eresia socialista!
(V. Majakovskij, Rivoluzione. Cronaca poetica, 1917 )


Care compagne e cari compagni,
il sentimento più  diffuso nel nostro partito ci pare possa essere così sintetizzato: smarrimento, confusione, perdita di senso della politica.
UN BILANCIO: DA PRODI ALLE REGIONALI

Il risultato elettorale ci consegna l’ennesima sconfitta della sinistra tutta. E’ necessario chiamare le cose con il proprio nome. Una sconfitta tanto più pesante perché, come sosteniamo da tempo, viene da lontano, ed è sempre più chiaro che per uscirne non basta accontentarsi di vivacchiare dentro un dibattito tutto centrato su “contenitori” di strutturali debolezze che puntualmente vengono sonoramente “bocciati” dai cittadini e da compagne e compagni sempre più stanchi e sfiduciati.
Dalle urne esce un paese modificato nell’”antropologia” sotto i colpi della crisi sociale, politica ed economica, totalmente alterato e devastato sotto il profilo culturale, nell’immaginario, nel simbolico. Vincono le destre. Si affermano solitudini. Emerge un paese che a Nord si sente rassicurato dalla Lega che fa leva sull’individuazione dell’”altro” come nemico e del territorio come fortino in cui rinchiudere paure, solitudini e frustrazioni, ma anche come luogo in cui le resistenze corporative e i populismi identitari si intrecciano con le dinamiche di un capitalismo aggressivo ed escludente. Al Sud, invece, si arrende alle mafie, le quali con il loro controllo violento e capillare del territorio, incontrano pochi argini, riuscendo spesso a condizionare direttamente la formazione della rappresentanza istituzionale e, assieme al voto di scambio, al quale non è estraneo talvolta neppure il nostro partito, contribuiscono alla corruzione del rapporto tra i ceti popolari, la politica, le istituzioni. Il tutto saldato e garantito da un berlusconismo da “basso impero”.
Il centrosinistra, così come lo abbiamo conosciuto, matura la sua crisi, tra le pesanti incertezze del PD e gli opportunismi di Di Pietro. I primi sintomi si erano già resi evidenti con la sconfitta di Soru in Sardegna: la risposta politicista e moderata, dall’autosufficienza di Veltroni all’allargamento all’UDC, non offre né sponde né salvezze. Ciò vale a maggior ragione nel sud dove tale politica giunge al sostegno di esperienze di governo impresentabili, con formazioni, come l’UDC, che oltre al loro profilo politico e culturale, si caratterizzano per essere parte integrante di un sistema  politico infiltrato da poteri criminali.
La sinistra continua a perdere consensi e anche in questo caso la somma di tutti i partiti del suo arcipelago, insieme a novità che di sinistra non sono, ma che si presentano anche come il frutto di quella crisi (ci riferiamo a IdV e al movimento Cinque stelle), non dà conto della continua emorragia di voti e di consensi che ad ogni elezione misuriamo, quasi fossimo ragionieri a cui non tornano i conti.
Si intravede il vento Vendola, uno scirocco caldo che spira dentro un berlusconismo rispetto a cui rischia di essere l’altra faccia dello stesso americanismo che avanza. Ma è suggestivo perché scompiglia, fa saltare tavoli, allude ad alternative possibili. Non ha una ricaduta immediata in termini di risultati elettorali per SEL al di fuori della regione Puglia; sarebbe tuttavia un errore strategico sottovalutare e non comprendere il laboratorio pugliese.
Ricompaiono di fronte a noi i nodi di questi lunghissimi anni: o li sciogliamo in un cammino vero e pieno di domande, delle domande giuste, o saremo condannati ad una residualità di pura testimonianza quando non di consunzione.
Alcuni e alcune di noi individuavano nel percorso della Sinistra Europea lo ‘sbocco politico’ di quell’internità ai movimenti e del rinnovamento della forma partito che non voleva più essere monosessuata; altri e altre videro in quelle ‘aperture’ dei varchi verso percorsi destrutturanti.
Andammo al governo, ma il difficile travaglio governativo non solo aprì contraddizioni e rotture al nostro interno, ma andò anche creando diffidenze e difficoltà con i movimenti che avevano investito su di noi. “Da Genova ai Palazzi” si disse allora, soprattutto per alcune questioni di forte impatto anche simbolico, non digeribili e non digerite: il voto alla “missione” in Afghanistan, le “aperture” sulle riforme istituzionali, l’esenzione dell’ICI per la Chiesa cattolica, il decreto sicurezza, il pacchetto del welfare, il paludamento istituzionale assunto via via dal compagno Presidente della Camera dei deputati e dalla nostra rappresentanza parlamentare. Il 2008 ha segnato il nostro dramma: la rottura con chi dissentiva sulla guerra, la Sinistra Europea sacrificata d’imperio e dall’alto senza discussione, la perversa illusione dell’Arcobaleno, il flop elettorale.
Nessuno è senza colpe e non tutti le hanno allo stesso modo. Alcuni e alcune di noi avvertono pienamente il peso delle responsabilità e, anche partendo da un’autocritica severa, sono giunti a rompere relazioni e progetti con compagne/i con cui avevano condiviso analisi e molto cammino.
D’altronde, già prima delle elezioni del 2008, in maniera strisciante, quella che era un’alleanza elettorale cominciava a presentarsi come nucleo di un partito che si andava rivelando come una sinistra liquida, leaderista e moderata, che si arrende all’avanzare dell’americanismo e rinuncia al progetto della rifondazione comunista. Le cose andarono come andarono: le elezioni, e soprattutto le sensazioni dei militanti e delle militanti, rivelarono che il progetto era un castello di carta. E, tuttavia, “non si poteva tornare indietro” e si propose la Costituente della Sinistra.
La vedemmo come una liquidazione del partito e ci opponemmo. Pensammo che quella Costituente fosse l’inizio di un percorso moderato, subalterno al Partito Democratico e alla sinistra di governo. Certo, ci rendevamo conto dei rischi di autoreferenzialità che la “salvezza” del partito comportava, ma decidemmo di avventurarci. Il documento che vinse a Chianciano era un’onesta mediazione: segnava l’autonomia politica dal PD e dal centrosinistra con una forte critica all’esperienza di governo, non solo perché i rapporti di forza non erano a noi favorevoli, ma perché non abbiamo tenuto relazioni trasparenti e connessioni con i luoghi di lavoro e con i movimenti, oltre che per la torsione istituzionalistica che era prevalsa anche nelle nostre pratiche.
La sfida ridiventava per noi la rifondazione comunista, la ricostruzione della soggettività politica.
I NOSTRI LIMITI

Ora Chianciano non c’è più. Non solo e non tanto perché abbiamo fatto accordi variegati per le regionali, a volte tecnici, a volte no, ma perché non riusciamo a parlare alla sinistra e alla società.
Chianciano, come tentativo di ricostruire il collettivo politico della rifondazione, si è esaurito con il prevalere di quella che Gramsci chiama la piccola politica ( il quotidiano, le lotte fra gruppi ) che ha sovrastato la grande politica, quella del discorso pubblico egemonico senza il quale la nostra funzione muore, senza il quale non è pensabile l’autonomia. Autonomia e indipendenza significano soprattutto scegliere la priorità del radicamento sociale e di conseguenza ricostruire linearità/coerenza tra i contenuti della nostra iniziativa nella società e le scelte politico-istituzionali. L’annosa questione delle alleanze elettorali deve essere risolta non in modo pregiudiziale, ma sulla base di un’analisi rigorosa dei programmi e dei rapporti sociali, rompendo con logiche opportunistiche e di ceto politico.
Nel nostro dibattito erroneamente si è confusa talvolta l’autonomia con gli accordi da fare o no con il PD, da cui sono emersi bizzarri o opportunistici particolarismi, fino al sostegno subalterno a Loiero in Calabria. Ma leggere il risultato disastroso della Campania e della Lombardia come la necessità di chiudere sempre e comunque accordi con il PD sarebbe riduttivo, fuorviante e colmo di altri errori. Manca un nostro discorso pubblico, manca la relazione con la parte radicale del movimento, mancano la percezione della nostra utilità, il senso della nostra politica, l’efficacia del pensare un altro mondo possibile. Non abbiamo mantenuto quell’impegno che era, a nostro avviso, il nucleo del progetto, la precondizione (e la finalità)  della “messa in sicurezza” (come allora si disse) della nostra comunità politica, il senso stesso del dirsi (e volersi dire) comunista, ossia la rifondazione teorica e la pratica sociale,  che vanno insieme, pena la caduta nell’ideologismo o nell’empirismo del giorno per giorno.
Sappiamo che in molte realtà, sia a nord che a sud,  i compagni e le compagne hanno costruito, nella pratica del “partito sociale”, dei punti veri di critica del mercato, dei processi di privatizzazione e dei consumi diffusi nelle società capitaliste, mettendosi in relazione con soggetti in carne ed ossa, precari e precarie, lavoratori e lavoratrici sfruttati, giovani e meno giovani con scarso reddito. Tuttavia, le esperienze del partito sociale hanno bisogno di essere sostanziate, non solo da pratiche partecipate, ma anche da iniziative di attivazione del conflitto sociale, da scelte radicali e, soprattutto, da un progetto di alternativa di società. Il “sociale” è la forma dell’agire politico del partito: c’è qualcuno che possa sostenere, ad esempio, che la cultura e la ricerca teorica non debbano essere ‘pratica sociale’?
La riforma del partito è fallita: mancano la volontà di avviarla, la consapevolezza della sua necessità, quindi la sua pensabilità. Risulta molto limitato l’impegno a sostenere il partito, a partire dai circoli, a promuovere l’iniziativa sociale, ad estendere le adesioni, a curare i percorsi di formazione e autoformazione delle compagne e dei compagni, a introdurre elementi innovativi e trasformativi, ad aprire, ad esempio,  case dei diritti, case delle culture.
Il partito è  sempre più maschile, la sua sessuazione viene ritenuta insignificante e persino derisa. La nostra forma partito, non diversa da quella degli altri, continua a essere pensata per una politica maschile, di riconoscimento sociale e simbolico tra uomini, una sorta di fratriarcato in cui gli uomini si combattono e competono (ma si danno valore) fra loro in una sorta di recinto autoreferenziale che chiamano spazio pubblico costruendo, di fatto, uno spazio in cui la differenza femminile è derubricata a rivendicazione (e concessione), richiesta di spazi e posti nelle istituzioni. Il luogo della politica di fatto è l’esercizio del potere, non importa quanto grande o quanto piccolo.
La piramide si accentua anche se ognuno fa quello che vuole; il dissenso viene intercettato e interpretato come passaggio di area, come sfiducia, guardato con diffidenza e isolato; ci si dice di ‘fare squadra’, ma non c’è un progetto collettivo, non c’è il collante della squadra, che sono le relazioni interpersonali, la valorizzazione del lavoro politico, il riconoscimento della lealtà.
E’ indispensabile costruire un discorso pubblico, generale e specifico, non affidato ai comunicati stampa del segretario, ma costruito come percorso collettivo: tutte e tutti dobbiamo saper parlare alla società.
La rifondazione comunista è l’unica strada per ricostruirci.
Ma qui casca l’asino. La Federazione è scoppiata come un fulmine e le condizioni le abbiamo subite, quasi a seguito ‘automatico’ delle elezioni europee. Si è tentato di imporla dall’alto ai territori e ci si lamenta che, come si sostiene quasi unanimemente, non sia decollata. Inutile ripetere le critiche che sono state avanzate da quasi tutti i compagni e le compagne, anche da chi ha votato a favore. Si vuole fare di questo soggetto un organismo compatto (una testa un voto), lo statuto presenta una forma da superpartito anche se il consiglio politico nazionale è già in violazione dello statuto per quanto riguarda la democrazia di genere. La Federazione viene percepita come un duopolio PRC-PdCI, una gabbia dell’autoreferenzialità di gruppi dirigenti e di una politica separata che non risponde al bisogno di costruire spazi pubblici partecipati e plurali, laboratori di democrazia.
In questo fortilizio non entra nessuno: non entrano il pacifismo, l’ecologia, il femminismo, quel che resta del movimento, persino il mondo del lavoro a cui spesso enfaticamente ci riferiamo. La sinistra sociale prende altre strade, respinta da questa mancanza di discorso pubblico e da una sorta di rigidità ideologica, si chiude anch’essa nell’autonomia del sociale. Le donne vengono respinte a priori, considerate appendici, alleate da aggregare, commilitone, richieste per rendere presentabili le liste.
Inoltre, la vita interna del partito è regolata da un sistema gestionale di tipo pattizio in proporzione alle appartenenze. Persino il congresso dei giovani è stato regolato da un accordo preventivo tra adulti, con il risultato di precostituire gli equilibri dei gruppi dirigenti al di fuori di un confronto democratico, eludendo la verifica di merito sulle posizioni politiche e mettendo in crisi nei documenti politici e nei principi ispiratori persino un impegno statutario come la democrazia di genere. D’altronde il sistema pattizio si è rivelato in modo eclatante, rissoso e soffocante, nella designazione recente degli assessori e degli apparati istituzionali, tutta interna e ripiegata sulla distribuzione per partiti e per aree.
PROVIAMO QUALCHE PROPOSTA

Noi pensiamo invece che occorra prima di tutto, e una volta per tutte, aprire una stagione nuova di proposta politica, sociale e culturale a tutte le forze critiche nei confronti del PD, alle associazioni, ai movimenti antiliberisti, anticapitalisti e antipatriarcali: non alleanze di ceti politici e nemmeno semplicemente accordi per battere il bipolarismo in nome della questione democratica, in primo luogo perché la questione democratica e la questione sociale vanno tenute strettamente intrecciate, come ci insegna la storia del movimento operaio occidentale, poi perché la critica al bipolarismo, se isolata nei suoi aspetti istituzionali, verrebbe intesa come una mera lotta per la sopravvivenza. Il nostro obiettivo resta la costruzione di un polo della sinistra di alternativa, autonoma strategicamente dal PD e dal centrosinistra. Nel nostro paese serve una sinistra vera, moderna, coraggiosa, di classe, comunista, anticapitalista, ambientalista, femminista, radicalmente alternativa ai due poli, che sappia suscitare passioni e speranze, che riesca a prospettare per le nuove generazioni un orizzonte di libertà ed eguaglianza.
In questa prospettiva la Federazione della Sinistra non può essere pensata come partito in formazione che segnerebbe, di fatto, il superamento del PRC. Né si possono dare per scontate convergenze politiche che non vi sono. Nella Federazione permangono differenze rilevanti sulla prospettiva politica, ad esempio. Per questo parlare di un congresso in tempi accelerati non ha senso, significherebbe solo rimuovere momentaneamente i problemi esistenti e aggiungerne altri, senza contare il rischio concreto di svuotare di significato il successivo congresso del partito.
La Federazione della Sinistra e un polo della sinistra di alternativa sono utili solo se funzionali alla costruzione di un’alternativa di società che nell’immediato implica l’attivazione di una forte opposizione sociale e culturale al governo Berlusconi e al berlusconismo, ma va oltre come progetto e come orizzonte di alternativa.
La crisi prodotta dal neo-liberismo si abbatte sui  lavoratori e sulle lavoratrici e i ceti popolari. E’ il fallimento del progetto dell’Europa di Maastricht, dentro il quadro più generale della crisi del capitalismo mondiale. Il caso della Grecia è emblematico di quanto si prepara per l’Europa intera: chi ha prodotto la crisi viene salvato da incredibili risorse finanziarie, chi ne è vittima viene ulteriormente attaccato nei diritti, nel reddito, nelle condizioni di lavoro. Il tutto avviene dentro la cornice di un consenso bipartisan delle forze conservatrici e del socialismo europeo. Questo quadro vale anche per l’Italia. Vale per la manovra economica che il governo sta preparando, vale per il consenso che queste misure, a partire dal livello europeo, hanno trovato anche nel centrosinistra. Persino nel recente congresso della CGIL sono prevalse opzioni ambigue, vecchie logiche concertative, scelte statutarie opache, sia sul piano della democrazia interna che nei luoghi di lavoro.
Serve un salto di qualità: stare ancora di più nel conflitto sociale, far sentire la voce della sinistra antiliberista europea, dentro una forte iniziativa di opposizione.
Da qui si deve ripartire. Questa opposizione implica il sostegno al mondo del lavoro nel momento in cui è più acuta la crisi, a partire dalle componenti più combattive, dalla FIOM alle esperienze più avanzate del sindacalismo di base, contrastando i licenziamenti, estendendo gli ammortizzatori sociali, combattendo le delocalizzazioni, difendendo ed estendendo l’art.18, fino alla sperimentazione di proposte di reddito di cittadinanza e di lotta concreta alle varie forme di precarietà. Questa opposizione richiede il sostegno ai diritti civili e a nuove forme di cittadinanza, dai diritti e dalla dignità dei migranti, alla lotta per una libera informazione, alla tutela della gestione pubblica dei beni comuni, alle unioni civili, alle garanzie di libertà di orientamento sessuale, fino al rigoroso rispetto della laicità come elemento costitutivo della nostra repubblica e della democrazia. Questa opposizione impone l’attivazione di una lotta incisiva a difesa della Costituzione (nella sua accezione più profonda), contro i tentativi di modificare l’equilibrio dei poteri, di determinare torsioni presidenzialiste, di disarticolare il paese attraverso il federalismo fiscale, sullo sfondo di un’Europa a due velocità.
La necessità  di lavorare per l’unità contro le destre non può significare la riproposizione di un frontismo moderato all’ombra del PD. Senza un’effettiva convergenza sui contenuti l’unità è un eufemismo o, peggio, una trappola. Ciò vale sia per la mobilitazione sociale che per le alleanze elettorali. Ne deriva la disponibilità unitaria, ma al tempo stesso il rifiuto ad un processo di omologazione. Occorre battere le tentazioni moderate, governiste e alleanziste che vengono avanti nella Federazione e trovano sponda anche nel nostro partito: aver “ portato a casa la pelle”, come si dice con una brutta locuzione, non interessa a nessuno se dentro la sopravvivenza non appaiono visibili i segni e le potenzialità dell’apertura al futuro. Né ci convincono posizioni che serpeggiano nella Federazione e che alludono alla riproposizione di un centro-sinistra organico, e assumono il bipolarismo come una prospettiva ineludibile.
Un simile percorso richiede il rilancio del PRC e del suo progetto. L’ispirazione di fondo del congresso di Chianciano è rimasta da questo punto di vista lettera morta, mentre la vicenda della Federazione ha assorbito gran parte delle energie, sicché spesso l’impegno per il partito è stato visto come un diversivo. E’ tempo di fare un bilancio: occorre in primo luogo riprendere il filo (purtroppo da tempo interrotto) di una ricerca sulla “rifondazione comunista”, che non può essere avulsa dal contesto. A tale riguardo, ad esempio, il tema della crisi e dell’uscita dalla stessa sono paradigmatici di una ricerca sull’attualità di un rinnovato pensiero comunista.
Al tempo stesso occorre rivitalizzare il partito. Pensiamo che occorra davvero ripartire dai circoli, riproponendo la priorità dell’iniziativa sociale, offrendo strumenti di formazione teorica e di approfondimento culturale, promuovendo nuove adesioni, sostenendo il nostro quotidiano “Liberazione”, ma soprattutto occorre che questa ripresa si saldi a un rafforzamento della democrazia interna, molto spesso trascurata o vanificata.
Siamo, inoltre, in presenza di una vera e propria emergenza sulla questione morale. Urge una nostra iniziativa contro l’occupazione delle istituzioni, ma anche contro i costi della politica, iniziativa che non va lasciata a Di Pietro e ai grillini. Pensiamo che su quest’ultima questione i nostri rappresentanti debbano essere decisi: chiedere che lo stipendio degli eletti ed elette nelle istituzioni si abbassi in maniera significativa non significa dare adito al qualunquismo o all’antipolitica, giacché, a nostro avviso, la forza e la qualità della politica non si misurano dagli stipendi degli istituzionali.
Noi siamo per un percorso di superamento delle ‘aree’ politiche cristallizzate e militarizzate, siamo favorevoli ad un pluralismo culturale e politico e al confronto tra differenze e soggettività. Consideriamo, infatti, del tutto negative le lobbies travestite da aree, in cui l’impegno più importante è quello di spartirsi i ruoli di governo del partito o le cariche istituzionali, fino alla pratica di un tatticismo esasperato, tutto teso a preservare le proprie posizioni di potere.
IL TEMPO E’ SCADUTO.
Impieghiamo “quel che resta del giorno” per invertire la rotta, per consentire alla generazione della precarietà di riprendersi la politica nelle forme e nella sostanza. Non pensiamoci come intergruppi, ma come cantiere aperto, e soprattutto, compagne e compagni, riprendiamoci la parola.
Imma Barbarossa, Direzione nazionale; Walter de Cesaris, CPN; Gianluigi Pegolo, Segreteria nazionale; Amadio Paula,CPN; Danilo Barreca, CPN; Guido Benni, CPN; Fabio Biasio,CPN; Carlo Cartocci,CPN; Pino Commodori,CPN; Pasquale D’Angelo,CPN; Manuela Giugni,CPN; Angela Lombardi,CPN;Matteo Malerba,CPN;Cinzia Mancini, segreteria prov. Taranto; Antonello Manocchio,CPN;Alidina Marchettini, Cpp Firenze; Adriana Miniati,CPN; Pierpaolo Montalto,CPN; Matteo Notarangelo, CPR Puglia; Alba Paolini,CPN; Laura Petroni,CPN; Giosuele Rosicano,CPR Puglia; Vanessa Savoni,CPN; Rita Scapinelli,Consiglio nazionale F.d.S.; Paola Serafini, CPG Firenze; Vincenzo Simoni,CPN; Anita Sonego, Consiglio nazionale F.d.S.; Sandro Targetti,CPN; Riccardo Torregiani,CPR Toscana; Francesco Voccoli, CPN; Zammori Paolo, CPR Toscana.
per adesioni e  contributi scrivi a riprendiamocilaparola@gmail.com
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